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Portici riconosciuti dall'Unesco

Progetti

Marco Veglia

Il riconoscimento dell’Unesco

L’INGIUSTIZIA SOTTO I PORTICI


   
Con gli amici di un’associazione culturale mi è parso opportuno riprendere il filo interrotto di un antico desiderio, che, in città, è sempre naufragato: far dichiarare i portici di Bologna, secondo un auspicio lungimirante di Anna Maria Matteucci, patrimonio dell’Umanità (essi, idealmente allineati in pianura, ci consentirebbero di passeggiare e conversare dalle Torri a Ferrara). Chi scorra con occhio vigile, per l’Italia, la lista dei "beni" dell’Unesco, resta sgomento dall’assenza di Bologna nella schieratura dei luoghi segnalati come preziosi, per storia e bellezza naturale, al mondo intero. Più ancora, resta interdetto dalla constatazione della sordità e cecità politica trasversale verso la tutela (il prendersi semplicemente a cuore) del luogo nel quale si vive e lavora. La normalità della decenza ha assunto il colore dell’utopia? Un simile, stupefatto disdegno è forse il vero movente delle critiche, pubblicate dal nostro giornale, di Kenneth Harrison Keller, direttore della sede bolognese della Johns Hopkins, e di Paolo Francia.
E dire che Crespi d’Adda, accanto a Roma, Firenze, Siena, Mantova, per non tacere di Ferrara e di Modena, si sono mosse in questa direzione, che, oltre al turismo, sempre sensibile al luccicore e alla fama, promuove, grazie all’Unesco, la sostanza di un Paese unico, con un passato così glorioso da essere forse ingombrante per la folta schiera di politici incapaci di governarlo. Si ha talvolta la sgradevole sensazione che l’unico motivo d’unione fra parti politiche in rissa perenne sia la volontà ferma di non trovare una ragione per unirsi, al cospetto di una realtà sociale ed economica sempre più difficile, quando non drammatica, per larghi strati della popolazione. E questa ragione non dovrebbe essere, per comune buon senso, il decoro della città? Restaurato il condominio, suonerebbero doverose e legittime le differenze, anche le accese contrapposizioni, sul governo di Bologna.
Del resto, i riflessi quotidiani dell’insensibilità politica alla bellezza sono gravi e complessi. Quando rimaniamo colpiti e addolorati da un crimine efferato, ne proviamo non solo l’ingiustizia, ma l’intima bruttezza, l’orrore, poiché, da Antigone in poi, giustizia e bellezza sono inscritte nelle strutture profonde della nostra comprensione. Quanto incide insomma, nell’indifferenza diffusa verso l’ingiustizia, la mancata conoscenza e "frequentazione" e promozione e diffusione scolastica della bellezza? Quanto pesa, in noi, l’incuria in cui giace, nella sua materiale consistenza, la nostra città? Per cambiare le cose basta poco. Come scriveva Arthur Conan Doyle: "Ci sono azioni eroiche tutt’intorno a noi che aspettano di essere compiute". Cominciamo?



Pubblicato
"Corriere di Bologna"

 
 
 
 
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